top of page

Buone notizie dal mare: la balena franca atlantica torna lentamente a crescere

  • SR
  • 4 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min
Buone notizie dal mare: la balena franca atlantica torna lentamente a crescere
Buone notizie dal mare: la balena franca atlantica torna lentamente a crescere

La balena franca atlantica (scientificamente Eubalaena glacialis), una delle specie di cetacei più a rischio al mondo, vive nell’Atlantico settentrionale fra Stati Uniti e Canada. Secondo le stime più recenti, la popolazione è stimata in circa 372 individui all’inizio del 2023. Si tratta di un numero drammaticamente basso, soprattutto se si considera che solo poche decine di femmine in età riproduttiva sono attive, un fattore critico per la sopravvivenza a lungo termine della specie. Le principali minacce rimangono le collisioni con navi (ship strikes) e l’impigliamento nelle attrezzature da pesca (entanglement) — entrambi impatti antropogenici che ostacolano fortemente la ripresa.


Le buone notizie: segnali positivi di ripresa

Nonostante la situazione resti gravissima, ci sono motivi reali di speranza:

  • Dal 2020 la specie aveva toccato un minimo stimato di circa 358 individui, e poi ha mostrato una lieve ripresa fino ai circa 372 stimati nel 2023.

  • Gli scienziati parlano di un rallentamento della caduta che aveva caratterizzato il decennio precedente, suggerendo che alcuni sforzi di conservazione stanno avendo effetto. 

  • Anche se il numero è piccolo, l’aumento — seppur modesto — dimostra che la specie può recuperare, se le condizioni favorevoli continuano.


Perché è così difficile la ripresa

Non basta l’assenza di caccia per garantire la sopravvivenza: la balena franca atlantica è soggetta a fattori complessi che ne rallentano il recupero:

  • Le femmine riproducono lentamente: i tempi fra un parto e l’altro sono molto lunghi, e la perdita delle femmine adulte riduce drasticamente la capacità riproduttiva. 

  • Le zone di alimentazione si stanno spostando, a causa del cambiamento climatico e della distribuzione delle prede, aumentando lo stress per l’alimentazione e la migrazione. 

  • Le misure protettive spesso tardano ad attuarsi: le collisioni con navi e gli impigliamenti continuano a causare morti e lesioni.


Cosa è stato fatto finora e cosa serve

Fra le azioni positive da sottolineare:

  • Restrizioni di velocità delle navi in aree critiche e zone protette stagionali per ridurre il rischio di collisione.

  • Sviluppo e sperimentazione di attrezzature da pesca “senza linea verticale” (ropeless gear) per diminuire gli impigliamenti.

  • Miglioramento della modellazione e del monitoraggio della specie grazie a dati satellitari, sistemi acustici e visuali per comprendere dispersione e habitat.

Ma ancora serve molto:

  • Rafforzare e attuare le regolamentazioni in modo tempestivo e su larga scala.

  • Assicurare che le femmine riproduttive possano avere sicurezza durante le stagioni di accoppiamento e nidificazione.

  • Migliorare la cooperazione internazionale fra Stati Uniti, Canada e organizzazioni internazionali per la conservazione.

La storia della balena franca atlantica ci offre lezioni importanti per la sostenibilità:

  • Anche quando la situazione sembra disperata, piccoli segnali di recupero contano e vanno riconosciuti.

  • La conservazione non è solo “evitare il danno”, ma comprende azioni attive, strategie sistemiche e cambiamenti strutturali nelle attività umane (trasporti, pesca, regolamentazione).

  • Le specie che vivono in ambienti alterati dall’uomo riflettono il grado di efficacia delle nostre politiche ambientali: il recupero delle balene è un indicatore della salute degli oceani e dell’efficacia delle politiche marine.

La balena franca atlantica è ancora criticamente a rischio, ma la presenza di segni positivi — come la stabilizzazione o lieve crescita della popolazione — è un motivo di speranza. Non si può abbassare la guardia: quello che serve ora è rafforzare le misure, accelerare la protezione, e garantire che ogni femmina conti, ogni nuovo piccolo abbia una chance, e ogni vittima umana (di navi o rete) sia evitata. Se vogliamo che il mare rimanga un ecosistema vivo, allora la sua specie più vulnerabile ci chiede uno sforzo concreto: non solo proteggere, ma recuperare.


Commenti


bottom of page