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Caporalato nel food delivery: commissariata Glovo per sfruttamento dei rider in Italia

  • SR
  • 22 feb
  • Tempo di lettura: 3 min
Caporalato nel food delivery: commissariata Glovo per sfruttamento dei rider in Italia
Caporalato nel food delivery: commissariata Glovo per sfruttamento dei rider in Italia

Negli ultimi giorni la gig economy, e in particolare il mondo delle consegne a domicilio, è tornata al centro del dibattito pubblico italiano. La vicenda riguarda Glovo e la sua controllata italiana Foodinho Srl, finita sotto controllo giudiziario per accuse di caporalato e sfruttamento dei lavoratori — con un impatto concreto su decine di migliaia di persone impegnate nel delivery.


Perché il caso ha fatto notizia

Il caporalato è un reato grave in Italia: indica forme di sfruttamento del lavoro che violano la dignità, la sicurezza e i diritti dei lavoratori, spesso approfittando dello stato di bisogno delle persone. Nel caso di Foodinho — che opera come piattaforma di delivery collegata a Glovo — i pubblici ministeri milanesi hanno disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario dell’azienda per presunte pratiche illecite relative alle condizioni di migliaia di rider attivi in tutto il Paese. 


Il nodo: paghe e condizioni di lavoro

Secondo l’accusa:

  • Foodinho impiegherebbe circa 40.000 rider in tutta Italia, spesso formalmente in regime di lavoro autonomo ma sostanzialmente organizzati come lavoratori subordinati attraverso algoritmi e forme di controllo digitale. 

  • I compensi medi denunciati sarebbero molto bassi, con una retribuzione di circa 2,50 euro per consegna e in alcuni casi retribuzioni fino al 76–81% inferiori rispetto alla soglia di povertà o a contratti collettivi di settore

  • Alcuni rider raccontano di giornate lavorative di 12 ore o più e compensi mensili che faticano a garantire una vita dignitosa

Le testimonianze raccolte dagli investigatori, e le analisi contenute nel decreto del pubblico ministero Paolo Storari, hanno portato alla conclusione che la gestione digitale del lavoro — dall’assegnazione delle consegne all’organizzazione degli orari — fosse di fatto un meccanismo di controllo tipico del lavoro subordinato, pur formalmente mascherato come collaborazione autonoma. 


Commissariamento e ripristino della legalità

Il provvedimento di controllo giudiziario non sospende l’attività della piattaforma, ma prevede che un amministratore nominato dal giudice affianchi la gestione ordinaria dell’azienda con l’obiettivo di ripristinare la legalità delle condizioni di lavoro.

Il Gip di Milano, Roberto Crepaldi, ha infatti convalidato la misura urgente disposta dalla Procura, sottolineando che i rider dovrebbero essere considerati a tutti gli effetti lavoratori dipendenti, con diritti e tutele corrispondenti. L’amministratore giudiziario dovrà quindi monitorare l’applicazione delle norme, garantire la tutela dei dipendenti e correggere eventuali prassi contrarie alla legge.


Perché questa vicenda conta per la sostenibilità

Questo caso non è solo un episodio legale isolato: rappresenta una pietra miliare nella regolazione del lavoro digitale e delle piattaforme di delivery in Europa. Ecco perché:


1. Ridefinisce il lavoro digitale

Il dibattito mette in discussione il modello di “collaborazione autonoma” nelle piattaforme digitali, chiedendo che il lavoro sia regolato non sulla carta ma nella realtà quotidiana di chi lo svolge. 

2. Contrasto allo sfruttamento

Attribuire diritti, protezioni e salari equi ai rider è centrale per combattere il caporalato e garantire che l’economia contemporanea non si fondi su bassi salari e instabilità. 

3. Impatto sociale ed economico

Le piattaforme digitali influenzano milioni di lavoratori. Regolamentare in modo giusto condizioni, tutele sanitarie, previdenziali e salariali significa spingere verso un’economia più sostenibile e inclusiva


La messa sotto controllo giudiziario di Foodinho (Glovo) per presunto caporalato segna un punto di svolta nella lotta per i diritti dei lavoratori della gig economy in Italia.

Non è solo una vicenda giudiziaria: è la conferma che il lavoro digitale deve essere regolato con criteri di equità, dignità e sostenibilità sociale, allontanandosi da modelli che privilegiano esclusivamente il profitto a breve termine a scapito delle persone. 



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