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Sistema energetico italiano tra decarbonizzazione incompiuta e dipendenza dal gas

  • SR
  • 30 mar
  • Tempo di lettura: 4 min
Sistema energetico italiano tra decarbonizzazione incompiuta e dipendenza dal gas
Sistema energetico italiano tra decarbonizzazione incompiuta e dipendenza dal gas

Il sistema energetico italiano è attualmente caratterizzato da una fase di transizione non ancora pienamente consolidata, in cui la crescita delle fonti rinnovabili coesiste con una persistente dipendenza strutturale dalle fonti fossili. L’analisi del livello di penetrazione delle rinnovabili e delle implicazioni economiche e geopolitiche associate al mix energetico nazionale richiede un approccio integrato, che consideri simultaneamente dinamiche di mercato, assetti infrastrutturali e fattori esogeni di natura internazionale.


Stato di sviluppo delle fonti rinnovabili

Nel 2025, circa il 40–41% della produzione elettrica nazionale è stato coperto da fonti rinnovabili. Tuttavia, sul piano del consumo finale lordo di energia, la quota si attesta intorno al 19-20%, evidenziando un ritardo significativo rispetto agli obiettivi al 2030 e, ancor più, rispetto al target di decarbonizzazione completa al 2050.

Il limite principale risiede nella natura non ancora sistemica della transizione: la crescita delle rinnovabili è concentrata nel settore elettrico, mentre rimane marginale nei settori termico e dei trasporti.

Dal punto di vista della capacità installata, tra il 2022 e il 2024 l’Italia ha aggiunto circa 15 GW di nuova potenza rinnovabile, un valore inferiore rispetto al ritmo necessario. Questo ritardo implica il mantenimento di una quota rilevante di generazione elettrica da gas.

Il confronto europeo è indicativo: diversi Paesi hanno già raggiunto quote di produzione elettrica rinnovabile comprese tra il 60% e l’80%, riducendo significativamente la loro esposizione alle crisi energetiche.


Dipendenza dalle fonti fossili e vulnerabilità

Il sistema energetico italiano resta caratterizzato da una elevata dipendenza dal gas naturale, che svolge un ruolo centrale sia nella generazione elettrica sia nella formazione del prezzo dell’energia.

Le recenti tensioni geopolitiche, in particolare la crisi nello Stretto di Hormuz conseguente al conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, hanno evidenziato in modo diretto tale vulnerabilità. Il blocco o la limitazione dei flussi energetici attraverso un nodo strategico globale produce effetti immediati sui mercati.

Le stime indicano un possibile incremento del prezzo del gas in Europa da circa 30 €/MWh a 45–60 €/MWh nel 2026, con impatti macroeconomici rilevanti. Per l’Italia, ciò potrebbe tradursi in un aumento dell’inflazione fino a +1 punto percentuale, oltre a un incremento generalizzato dei prezzi energetici (inclusi carburanti, con valori superiori ai 2 €/litro).

Il meccanismo di formazione del prezzo elettrico amplifica tali effetti: essendo il gas la fonte marginale, anche una quota significativa di rinnovabili non è sufficiente a disaccoppiare i prezzi dell’elettricità dalle dinamiche dei combustibili fossili.


Evoluzione recente: effetti delle politiche europee

Nonostante le criticità, l’Europa ha registrato progressi rilevanti rispetto alla crisi del 2022 grazie alle politiche del Green Deal e al piano REPowerEU:

  • riduzione della domanda di gas in Italia del 16% tra il 2021 e il 2025;

  • riduzione della domanda europea di gas del 19% tra il 2021 e il 2024;

  • incremento della capacità rinnovabile europea del 37% nello stesso periodo;

  • quota rinnovabile nella produzione elettrica UE pari a circa 48% nel 2025.

Questi dati confermano che la diffusione di rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione produce benefici concreti sia in termini di sicurezza energetica sia di contenimento dei costi.


Dinamiche geopolitiche e nuova configurazione delle dipendenze

L’attuale contesto internazionale evidenzia una trasformazione delle dipendenze energetiche più che una loro riduzione. Il crescente ricorso al GNL ha sostituito la dipendenza dal gas russo con una maggiore esposizione ai mercati globali e, in prospettiva, a fornitori dominanti come gli Stati Uniti.

Ciò comporta rischi in termini di:

  • volatilità dei prezzi;

  • esposizione a pressioni geopolitiche;

  • trasferimento di risorse economiche verso l’estero.

La crisi nello Stretto di Hormuz rappresenta un caso emblematico: essa non incide soltanto sulla sicurezza degli approvvigionamenti, ma soprattutto sulla dinamica dei prezzi, con effetti sistemici sull’economia.


ETS e politiche di intervento

Il sistema ETS (Emission Trading Scheme) costituisce uno strumento centrale della politica climatica europea, in quanto introduce un segnale di prezzo sulle emissioni e orienta gli investimenti.

Le proposte di sospensione o compensazione del costo ETS per gli impianti a gas presentano criticità rilevanti:

  • riduzione dell’efficacia del segnale di prezzo;

  • rischio di distorsioni nel mercato unico;

  • disincentivo agli investimenti in tecnologie a basse emissioni;

  • mantenimento della dipendenza dal gas.

Tali misure non affrontano la causa strutturale dell’elevato costo dell’energia. Al contrario, rischiano di ritardare la transizione e di ridurre le risorse disponibili per finanziarla.

Un utilizzo più efficiente dei proventi ETS — attualmente solo parzialmente destinati a politiche climatiche — potrebbe sostenere investimenti in rinnovabili, reti, accumuli ed efficienza energetica, oltre a misure di contrasto alla povertà energetica.


Implicazioni economiche e industriali

La dipendenza dalle fonti fossili si traduce in:

  • maggiore volatilità dei prezzi energetici;

  • riduzione della competitività industriale;

  • aumento dei costi per famiglie e imprese;

  • esposizione a shock esogeni.

Come evidenziato anche da analisi tecniche e interventi di esperti del settore, tra cui Gianni Silvestrini (Kyoto Club), la situazione attuale conferma una criticità già nota: l’Italia è più esposta rispetto ad altri Paesi europei proprio per il ritardo nello sviluppo delle rinnovabili.

Al contrario, sistemi energetici con alta penetrazione di fonti rinnovabili risultano più resilienti, in quanto meno influenzati dalle dinamiche geopolitiche dei combustibili fossili.


L’attuale crisi energetica conferma che la transizione non è soltanto un obiettivo ambientale, ma una necessità economica e strategica.

Gli elementi chiave per ridurre la vulnerabilità del sistema sono:

  • accelerazione dello sviluppo delle rinnovabili;

  • elettrificazione dei consumi;

  • investimenti in reti e sistemi di accumulo;

  • miglioramento dell’efficienza energetica;

  • stabilità normativa e rafforzamento degli strumenti di mercato (ETS).

In assenza di tali interventi, il sistema energetico italiano resterà esposto a dinamiche esterne, con implicazioni dirette sulla stabilità economica.


Il quadro attuale evidenzia una contraddizione: da un lato, progressi concreti nella diffusione delle rinnovabili; dall’altro, una dipendenza ancora elevata dalle fonti fossili che continua a determinare prezzi e vulnerabilità.

Le recenti tensioni geopolitiche, in particolare la crisi nello Stretto di Hormuz, hanno reso evidente che la sicurezza energetica è strettamente correlata al grado di autonomia produttiva.

In questo contesto, la transizione energetica rappresenta la principale leva per:

  • ridurre la volatilità dei prezzi;

  • migliorare la competitività economica;

  • rafforzare l’autonomia strategica.

Il mancato allineamento tra obiettivi e implementazione rischia tuttavia di prolungare una condizione di dipendenza strutturale. L’accelerazione della transizione, pertanto, non costituisce un’opzione, ma una condizione necessaria per la stabilità economica e la sicurezza energetica del Paese.

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