Caso Tod’s: accuse di caporalato nella filiera del lusso. Un duro colpo alla sostenibilità “made in Italy”?
- SR
- 15 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min

L’inchiesta
La Procura di Milano ha chiesto l’amministrazione giudiziaria per Tod’s, il celebre marchio del lusso fondato da Diego Della Valle, con l’accusa di agevolazione colposa di caporalato.L’indagine – condotta dal pm Paolo Storari – riguarda una serie di laboratori subappaltatori che avrebbero sfruttato manodopera irregolare in condizioni di lavoro degradanti: turni notturni e festivi, salari da 2,75 euro l’ora e alloggi fatiscenti.
Le verifiche hanno interessato officine situate tra Lombardia e Marche, alcune delle quali producono componenti di calzature e divise per i negozi Tod’s.
L’ipotesi degli inquirenti è che, pur non essendo direttamente coinvolta, l’azienda non abbia esercitato un controllo adeguato sulla filiera, contribuendo così – seppur colposamente – al mantenimento di pratiche di sfruttamento.
La difesa dell’azienda
Il gruppo Tod’s respinge con forza ogni accusa. In una nota ufficiale, l’azienda ha dichiarato di essere “estranea ai fatti”, ribadendo che tutti i laboratori esterni sottoscrivono contratti che impongono il rispetto delle norme sul lavoro e che vengono effettuati controlli periodici.
Diego Della Valle ha reagito duramente, definendo l’iniziativa giudiziaria “una stupidaggine” e invitando il magistrato “a visitare le nostre aziende per vedere come lavoriamo”.Il patron di Tod’s ha inoltre sottolineato che la sua impresa rappresenta “un simbolo del Made in Italy onesto e trasparente” e che “il vero caporalato è altrove”.
Una questione ancora aperta
Per ora, l’amministrazione giudiziaria non è stata disposta: la Cassazione dovrà prima decidere quale Procura (Milano o Macerata) sia competente a procedere.L’udienza è fissata per il 19 novembre 2025, e solo allora si capirà se Tod’s verrà effettivamente commissariata o se l’indagine verrà trasferita.
Nel frattempo, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta lavorando a una norma che consenta ai marchi di ottenere certificazioni preventive sulla legalità e sostenibilità delle filiere. Un’iniziativa che divide: utile per proteggere i brand italiani, ma potenzialmente rischiosa se diventasse solo un “bollino bianco” senza verifiche indipendenti.
Il nodo della sostenibilità sociale
Il caso Tod’s mette in luce un tema chiave della transizione ESG:
La sostenibilità non è solo ambientale, ma anche sociale.
Nel mondo della moda, la responsabilità d’impresa si misura non solo in termini di emissioni o materiali green, ma anche nella tutela dei lavoratori lungo tutta la supply chain.
Delegare la produzione a subfornitori non esime un’azienda dal dovere di vigilanza.In un mercato complesso e globalizzato, la due diligence sociale diventa uno strumento indispensabile: significa monitorare, prevenire e intervenire in caso di irregolarità — anche nei livelli più nascosti della filiera.
Un problema sistemico del lusso
Tod’s non è un caso isolato.Negli ultimi mesi anche Armani, Loro Piana, Dior, Valentino e Alviero Martini sono finiti sotto la lente per questioni analoghe.Il filo rosso è sempre lo stesso: l’uso di subfornitori (spesso gestiti da imprenditori cinesi) che, per rispettare tempi e costi imposti dai committenti, ricorrono a lavoro nero e sfruttamento.
Questi scandali minano la reputazione dell’intero settore e rischiano di compromettere la credibilità del “Made in Italy sostenibile”, oggi più che mai sotto osservazione da parte di consumatori e investitori.
La riflessione ESG: tra etica e reputazione
Ogni brand che si definisce “sostenibile” deve porsi una domanda semplice ma cruciale:
“Posso garantire che nessuno, lungo la mia catena di produzione, venga sfruttato?”
La responsabilità etica non si esaurisce con un audit formale o con un codice etico pubblicato sul sito.Serve un controllo reale, indipendente e continuo, che coinvolga anche i subappalti più piccoli.Altrimenti, il rischio non è solo legale: è reputazionale. E nel mondo del lusso, la reputazione vale quanto – se non più – del profitto.
Dove andare da qui
Perché episodi simili non si ripetano, servono tre azioni concrete:
Trasparenza radicale della filiera Pubblicare l’elenco dei fornitori e subfornitori, e rendere noti i risultati degli audit sociali.
Due diligence obbligatoria e indipendente Non controlli interni, ma verifiche di enti terzi, con standard comuni e punteggio ESG verificabile.
Responsabilità condivisa Le aziende devono cooperare con istituzioni e sindacati per garantire formazione, condizioni eque e retribuzioni dignitose lungo tutta la catena produttiva.
Il caso Tod’s è un campanello d’allarme per tutto il sistema moda.Rivela che la sostenibilità non può essere una patina estetica, ma un impegno strutturale e continuo.
Se l’Italia vuole davvero difendere il suo Made in Italy, deve farlo non solo con leggi e certificazioni, ma con una cultura industriale fondata sulla giustizia sociale.
Solo così il “bello e ben fatto” potrà tornare ad essere anche “etico e giusto”.



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