COP30: quando l’accordo arriva, ma i combustibili fossili restano
- SR
- 25 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min

La trentesima Conferenza delle Parti sul clima delle Nazioni Unite si è conclusa a Belém (Brasile) con un accordo formale, ma sostanzialmente senza un piano concreto che porti all’uscita dalle fonti fossili: carbone, petrolio e gas rimangono fuori dalla tabella di marcia approvata. Il risultato apre riflessioni critiche sul ruolo della finanza sostenibile e sugli impegni ESG delle imprese. Ecco le principali evidenze, le implicazioni e ciò che possono cogliere le aziende per i loro processi di sostenibilità.
Le evidenze principali
Nella bozza finale dell’accordo della COP 30 non compare alcun riferimento esplicito all’eliminazione graduale dei combustibili fossili.
Oltre 30 Paesi (inclusi molti europei) hanno minacciato il veto se il testo non fosse stato modificato per includere una “road-map” per l’abbandono delle fonti fossili.
La ragione è in gran parte geopolitica: Paesi produttori/consumatori di petrolio e gas (come Russia, India, Cina, Arabia Saudita) si sono opposti all’inclusione dell’eliminazione dei fossili.
Le dichiarazioni ufficiali sono dure: ad esempio la ministra francese ha parlato di “omissione incomprensibile” del tema fossili dal testo finale.
Il documento finale, pur includendo impegni generali di riduzione delle emissioni e di mobilitazione finanziaria per l’adattamento, lascia un vuoto sul “come” e “quando” uscire dai combustibili fossili.
Le implicazioni per la sostenibilità aziendale e ESG
Impatto sul settore energia / industria fossile
L’assenza di un impegno vincolante all’abbandono dei combustibili fossili dà respiro al settore fossile, ma ritarda la transizione energetica vera e propria. Per le aziende che operano nel fossile, ciò significa un prolungamento del “business as usual”, ma anche un aumento del rischio reputazionale: gli investitori ESG e le parti interessate guardano sempre di più alla coerenza tra impegno dichiarato e azione concreta.
Impatto sui prodotti finanziari ESG e disclosure
Il mancato avanzamento sulla transizione dai fossili rende ancora più importante per le istituzioni finanziarie e gli emittenti aziendali chiarire come si posizionano rispetto alle fonti fossili. Per chi offre prodotti ESG, diventa cruciale dimostrare che gli investimenti sono davvero sostenibili e non “fossil-adjacent”.
Implicazioni per le aziende non energetiche
Anche le imprese che non sono direttamente nel settore energia non sono esenti: l’inerzia dei governi sulla decarbonizzazione mette pressioni sulla supply chain, sulle materie prime, sui costi del carbonio futuro. Le aziende devono dunque anticipare scenari in cui la transizione – anche se rinviata – divenga più costosa o regolata.
Impatto sul concetto di “transizione giusta & ordinata”
La promessa era che la COP30 fosse quella dell’“implementazione”. Invece, la mancanza di una roadmap per i fossili indebolisce quella promessa. Per le imprese significa che la “transizione giusta, ordinata ed equa” rischia di diventare solo uno slogan se non supportata da date, target e misure concrete.
La COP30 lascia un messaggio inequivocabile: la politica internazionale procede a piccoli passi, spesso troppo lenti rispetto alla velocità richiesta dalla crisi climatica. L’assenza di una roadmap sull’uscita dai combustibili fossili crea incertezza, ma offre alle imprese un’opportunità decisiva: diventare protagoniste della transizione, invece che spettatrici. In un contesto in cui i governi esitano, il mondo economico può e deve dimostrare che il cambiamento è possibile, conveniente e già in atto.
Le aziende che scelgono oggi di investire in efficienza energetica, innovazione pulita, decarbonizzazione delle filiere e trasparenza ESG costruiscono un vantaggio competitivo che durerà negli anni, indipendentemente dalle lentezze diplomatiche. Perché, al di là delle decisioni della COP30, la direzione di marcia è chiara: il futuro sarà più sostenibile solo se imprese e investitori inizieranno a guidarne il percorso.



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