Olimpiadi Milano-Cortina 2026: tra cantieri, neve artificiale e trasparenza incompleta
- SR
- 20 gen
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A poche settimane dall’avvio dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, l’evento è celebrato come simbolo di rilancio e modernità, ma un’analisi approfondita mostra un quadro complesso e contraddittorio. Le Alpi italiane stanno vivendo trasformazioni significative: negli ultimi sessant’anni sono scomparsi oltre 170 km² di ghiacciai e la copertura nevosa è sempre più incerta, con eventi meteorologici estremi e instabilità dei versanti in aumento.
In questo contesto, organizzare Olimpiadi basate sulla neve naturale diventa un paradosso: la produzione artificiale di neve non è più emergenziale ma strutturale, con consumi idrici che possono arrivare a 98 litri al secondo solo per garantire piste competitive. Secondo le stime di Scientists for Global Responsibility e New Weather Institute, i Giochi da soli comporteranno la perdita di 2,3 km² di manto nevoso e 14 milioni di tonnellate di ghiaccio, ma considerando l’impatto indiretto degli sponsor più emissivi — Eni, Stellantis e ITA Airways — l’impronta climatica sale a 5,5 km² di neve e 34 milioni di tonnellate di ghiaccio. Questo evidenzia un paradosso evidente: gli sport invernali rischiano di contribuire alla propria vulnerabilità, mentre la scomparsa della neve minaccia la sopravvivenza stessa delle stazioni sciistiche e delle attività legate agli sport invernali.
L’impatto ambientale non si limita alla perdita di neve e ghiaccio. Il Piano delle Opere di Milano-Cortina 2026 prevede 98 interventi per un investimento complessivo di circa 3,54 miliardi di euro, dei quali solo 31 sono opere essenziali per lo svolgimento dei Giochi, mentre il restante 87% è destinato alla cosiddetta legacy, infrastrutture permanenti tra cui strade, ferrovie e impianti sportivi. Per ogni euro speso per le competizioni, se ne investono 6,6 nella legacy, concentrata soprattutto in Veneto e Lombardia. L’avanzamento dei cantieri è eterogeneo: 16 opere sono concluse, 51 in esecuzione, 3 in gara e 28 in progettazione, e solo 42 interventi saranno completati prima dell’inizio dei Giochi. Questo significa che il 57% delle opere sarà completato dopo l’evento, con alcuni cantieri essenziali come il Cortina Sliding Centre, gli interventi per l’innevamento artificiale, il Villaggio olimpico e il Livigno Snow Park che rimarranno parzialmente incompleti al momento dell’apertura.
Dal punto di vista delle risorse e delle emissioni, i Giochi comportano circa un milione di tonnellate di CO₂ equivalente per l’intero ciclo dell’evento. A queste si aggiungono le emissioni indirette legate agli sponsor, pari a 1,3 milioni di tonnellate, un aumento del 40% rispetto all’impronta diretta. La produzione di neve artificiale, la logistica dei cantieri e l’incremento dei flussi turistici accentuano la pressione su acqua, energia ed ecosistemi montani, in un contesto già vulnerabile e segnato dal cambiamento climatico. Gli sport invernali si trovano così in una posizione paradossale: dipendono dalla neve che contribuiscono a far scomparire e dai sponsor che alimentano le emissioni che accelerano lo scioglimento dei ghiacciai.
La gestione delle opere e dei fondi solleva inoltre criticità significative in termini di trasparenza e governance. Il terzo report di Open Olympics 2026 evidenzia che, nonostante l’accesso ai dati attraverso il portale, gran parte delle informazioni resta incompleta o frammentata. Mancano metadati chiari sullo stato reale dei cantieri al momento dell’inizio dei Giochi, non sono note le fonti di finanziamento per gli aumenti di spesa e i subappalti sono visibili solo nominalmente senza indicazioni economiche. Tre domande rimangono aperte: quante opere esistono realmente e quanto costano, considerando interventi statali e locali non riportati nel portale; quanto costeranno davvero i Giochi e la gestione della sicurezza sanitaria, con un budget complessivo di 1,7 miliardi non pubblico; e quale sarà il ruolo e la trasparenza del Commissario alle Paralimpiadi, a cui sono stati assegnati 328 milioni con una crescita del 359% rispetto alla stima iniziale, senza che siano ancora disponibili relazioni dettagliate.
L’eredità dei Giochi, quindi, non è solo quella visibile sul territorio, ma riguarda anche la sostenibilità ambientale, economica e sociale. L’impatto climatico, i cantieri incompleti, le infrastrutture permanenti e la scarsa trasparenza evidenziano i limiti di un modello che non può essere valutato solo sulla durata dell’evento ma sull’effetto complessivo a lungo termine sul territorio e sulle comunità alpine. Le Alpi non sono una scenografia: la gestione dei cantieri, la selezione degli sponsor e la pianificazione delle opere permanenti sono un banco di prova per un modello di grandi eventi compatibile con i limiti ecologici e sociali dei territori montani. Per lasciare un’eredità positiva, ogni scelta deve essere trasparente e tracciabile, ogni infrastruttura progettata in coerenza con il clima e le risorse naturali, e ogni sponsor valutato per l’impatto reale delle proprie attività.
Solo così le Olimpiadi potranno diventare parte della soluzione invece che contribuire alla crisi che minaccia la loro stessa esistenza.



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